La Caremma è un fantoccio di paglia raffigurante una vecchia vestita a lutto, appeso ai balconi dei centri storici salentini dal Mercoledì delle Ceneri fino a Pasqua. Rappresenta la vedova del Carnevale morto il Martedì Grasso: schiacciata dai debiti del defunto marito, fila al fuso per sette settimane aspettando la Resurrezione, quando verrà bruciata in un falò liberatorio. È una delle tradizioni popolari più antiche e pittoresche del Mezzogiorno, ancora viva in una dozzina di comuni del Leccese.
Un pupazzo di paglia con una storia antichissima
La Caremma — dal francese Carême (Quaresima), termine portato nel Salento dai soldati angioini nel XIV secolo — nasce dall’intreccio di almeno tre strati culturali. Il più antico è pagano: il fuso e la conocchia che la vecchia regge sotto l’ascella rimandano a Cloto, la Parca greca che filava il destino degli uomini. La Caremma è in fondo una fata nel senso latino del termine — da fatum, il destino — una custode del tempo ciclico che segna il passaggio dall’inverno alla rinascita primaverile. Il secondo strato è cristiano: il fantoccio incarna la penitenza quaresimale, i quaranta giorni di digiuno, sacrificio e attesa della Resurrezione. Il terzo è narrativo-popolare: la Caremma è la vedova (a Gallipoli, la madre) del Carnevale, vestita di nero per il lutto, costretta a lavorare per ripagare i debiti lasciati dal marito scialacquatore.
Nella mano sinistra stringe un’arancia amara (marangia in dialetto), simbolo del gusto aspro della sofferenza e delle privazioni alimentari quaresimali. Nell’arancia sono conficcate a raggiera sette penne di gallina, una per ciascuna delle sette settimane che separano le Ceneri dalla Pasqua. Ogni domenica se ne strappa una: un calendario contadino rudimentale e poetico. Sotto l’altra ascella, la conocchia con il fuso e un gomitolo di lana nella tasca del grembiule nero. Il filo che si tesse rappresenta il tempo che scorre — “Fila lu tiempu comu la quaremma”, recita il proverbio locale. Scarpe nere, calze nere, fazzoletto nero in testa, viso di stoffa chiara con occhi e bocca tracciati a carbone: il ritratto di una vecchia così brutta da generare il modo di dire salentino “Pare ‘na Caremma!”, rivolto con affetto crudele a chi si presenta particolarmente malvestito.
Come si svolge il rito, settimana dopo settimana
La Caremma compare a mezzanotte del Mercoledì delle Ceneri, subito dopo la morte rituale del Carnevale. A Gallipoli, per esempio, lo Storico Carnevale si chiude con il rogo di “lu Titoru” — la maschera locale — accompagnato dai dodici rintocchi funebri delle campane. All’alba del giorno successivo, la vedova è già ai balconi. Un tempo la preparazione era un atto comunitario: gruppi di vicine di casa confezionavano il fantoccio nei giorni precedenti, gareggiando tra vicinati per esporre la Caremma più spaventosa o più originale.
Durante le sette settimane quaresimali, il fantoccio veglia silenzioso sulla strada. Ogni domenica una penna viene sfilata dall’arancia, il filo si esaurisce poco a poco, l’arancia si secca progressivamente. Quando suonano le campane della Resurrezione — a mezzogiorno del Sabato Santo o la Domenica di Pasqua, a seconda del paese — la Caremma viene portata in piazza, appesa a un palo e data alle fiamme in una focareddha (piccolo falò) accompagnata da scoppi di mortaretti. I bambini girano intorno al fuoco cantando la filastrocca tradizionale: “La Caremma pizzi torta, se mangiau la ricotta, se la mangiau scusi scusi, cu nu la vitane li carusi”.
Il fuoco non è solo distruzione: è purificazione e rinascita. In chiave cristiana, segna l’inizio della salvezza con la Resurrezione. In chiave popolare, rappresenta il gesto collettivo di “dare fuoco alla miseria” — bruciare simbolicamente la povertà, la paura delle carestie primaverili, il peso dei mesi più duri dell’anno.
Dove vedere la Caremma: la mappa del turista curioso
Tuglie, soprannominato “il paese delle Caremme”, è il cuore pulsante della tradizione. L’Associazione culturale Ekagra organizza da oltre un decennio “La Notte della Caremma”: un concorso-rassegna con corteo folcloristico, premiazione e grande falò collettivo. Il Museo della Civiltà Contadina, nel seicentesco Palazzo Ducale, offre il contesto storico perfetto.
Gallipoli mantiene la tradizione nel centro storico sull’isola: le Caremme pendono sospese tra i balconi dei vicoli, con l’arancia e le sette piume di cappone ai piedi. Chi soggiorna nelle nostre strutture a Gallipoli può ammirarle passeggiando per i vicoli del centro storico.
Sannicola ha lanciato dal 2025 il concorso “Nc’era ‘na fiata la Caremma”, promosso dalla Consulta Giovanile: oltre 20 Caremme hanno decorato le strade nella prima edizione.
Parabita, dove si trovano le nostre Casetta Rotulì e Casetta Rotulà, custodisce una tradizione particolarmente sentita. Una credenza locale impone che “se fai la Caremma una volta, devi farla per sette anni”. La foto che vedete in questo articolo è proprio la Caremma di Casetta Rotulì — confezionata a mano come vuole la tradizione.
Altri comuni dove le Caremme appaiono regolarmente sui balconi: Monteroni di Lecce, San Donato di Lecce, Maglie (variante con taralli al posto dell’arancia), Alessano, Collepasso, Minervino di Lecce, Squinzano, Carpignano Salentino e Sternatia nella Grecìa Salentina.
Le varianti che rendono ogni paese unico
Le differenze locali sono uno degli aspetti più affascinanti della tradizione. A Maglie, al posto dell’arancia amara con le piume si appendono al braccio della Caremma sette taralli, e se ne mangia uno ogni domenica. A Taviano, la Caremma ha sette nomi propri, uno per settimana: Anna, Susanna, Rebecca, Ribanna, Cruci, Parmi e Pasca. A Oria (nel Brindisino), il corredo è più ricco: oltre a fuso e arancia, una bottiglietta d’olio per lavorare di notte e una d’aceto a simboleggiare la ristrettezza. Nella vicina Martina Franca, la Quarantana porta appesa una grattugia — monito a non grattugiare formaggio durante il digiuno.
La Caremma dentro la Quaresima salentina
La Caremma non è un rito isolato, ma il filo conduttore di un intero calendario quaresimale che culmina nella Settimana Santa, periodo in cui il Salento offre alcune delle esperienze culturali più intense d’Italia.
I giovedì e venerdì di Quaresima sono scanditi dai canti del Santu Lazzaru: gruppi di musicisti con tamburello, organetto e chitarra battente girano di notte, di casa in casa, cantando una litania così insistente — i salentini la chiamano “tira ‘ntrame” — da costringere le famiglie ad aprire la porta e offrire uova, formaggio e vino.
Il Giovedì Santo si allestiscono i Sabburchi (Sepolcri) nelle chiese. Il Venerdì Santo a Gallipoli è il giorno della grande processione con “L’Urnia”. A Lecce le confraternite sfilano tra le chiese barocche. Poi, la mattina di Pasqua, le campane suonano a gloria e la Caremma brucia: finisce il digiuno, si preparano le cuddhure (pani dolci con uova sode) e la marzotica (formaggio fresco primaverile) con le fave verdi.
Sette settimane, un filo e un’arancia che si secca
La Caremma è molto più di un pupazzo appeso a un balcone. È un orologio poetico che scandisce il tempo con penne strappate e fili tessuti, un racconto popolare sulla vedovanza e la fatica, un rito agrario che attraversa i millenni. Per chi visita il Salento tra febbraio e aprile, alzare gli occhi verso i balconi dei centri storici e scoprire queste figure nere, silenziose e un po’ sinistre che vegliano sulle strade è un’esperienza che nessuna guida turistica può replicare.
Il consiglio è puntare su Tuglie per un’esperienza organizzata e partecipativa, su Gallipoli per il contesto scenografico del centro storico sull’isola, e sulla Grecìa Salentina per immergersi nel paesaggio sonoro dei canti quaresimali in grika.


